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Alessandro Baricco – NOVECENTO Un monologo – Universale
Economica Feltrinelli - 1994
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Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è
uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no... e
nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente
che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita.
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PAG. 12
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Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non
quello che hanno visto.
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PAG. 13
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Quando non sai cos’è, allora è jazz.
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Suonavano per farli ballare, perché se balli non puoi
morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio
balla, quando nessuno lo vede.
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PAG. 31
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Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io
diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a
contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più
il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella
cosa lì, essere felici. O una cosa del genere.
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PAG. 33
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Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice.
Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham
Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è
matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai
stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria,
l’aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non
l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo
spiava. E gli rubava l’anima.
In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare.
E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la
gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro
terra, la loro storia... Tutta scritta, addosso.
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PAG. 38
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[...]non aveva il senso della gara, non gli fregava niente,
non gli fregava niente sapere chi vinceva: era il resto che lo stupiva. Tutto
il resto.
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PAG. 41
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[...]la gente fa così, è cattiva con quelli che perdono.
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A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri.
Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma dico nulla, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati
al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran,cadono giù come sassi. Nel
silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e
loro, fran. Non c’è una ragione.
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PAG. 47/48
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[...]non gli era mai venuta in mente quella roba, che la
vita è immensa.
[...]Il fatto è che io gli volevo bene, a Novecento, e
volevo che scendesse un giorno o l’altro, da lì, e suonasse per la gente
della terra, e sposasse una donna simpatica, e avesse dei figli, insomma
tutte le cose della vita, che magari non è immensa, però è anche bella, se
solo hai un po’ di fortuna, e di voglia.
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PAG. 53
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Io sapevo suonare la tromba. È sorprendente come sia inutile,
suonare una tromba, quando c’hai una guerra intorno. E addosso.Che non ti
molla.
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PAG. 56
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Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti
finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono
infiniti, loro. Tu, sei infinito, e
dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.
[...]Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si
srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi [...] quella
tastiera è infinita/ Se quella tastiera è infinita,allora/su quella tastiera
non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato:
quello è il pianoforte su cui suona Dio [...]Non avete mai paura, voi, di
finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A
viverla.../
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PAG. 58
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Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo
il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la
pazzia. È
genio, quello. È geometria.
Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non
ci son riuscito.
Allora li ho incantati.
E uno a uno li ho
lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto.
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