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LA STORIA DEL CESTINO NEL BOSCO (2017)

La storia del cestino nel bosco

di Francesca Romana Bonzanin

"Vi ricordate la "Storia del cestino nel bosco"?".

C'è una favola che è stata dimenticata.

È la "Storia del cestino nel bosco".

La ricordano per lo più solo le nonne scoiattole, a cui è stata ripetuta tante volte e che amano raccontarla ai nipotini quando stentano ad addormentarsi, nei periodi in cui scarseggia il cibo. Per questo motivo, alcuni la chiamano anche la "Storia della pancia vuota".

È, infatti, nei momenti in cui viene a mancare qualcosa da mettere tra le guance, che i piccoli roditori sono soliti ritrovarsi intorno al grande ceppo, nel fresco del bosco che chiamano casa.

Dividono il poco che hanno tra loro, sia esso fatto di bacche, semi o castagne, o sia frutto della fantasia della bocca vuota di qualcuno. I piccoli stretti alle mamme, i nonni malfermi sulle zampe e anche i grandi e muscolosi scoiattoli, conoscono bene il potere delle parole, perché per secoli si sono sfamati di storie, nei periodi più duri e freddi dell'anno.

Aspettano l'imbrunire per sgattaiolare fuori dalle tane e, una volta finita la vana ricerca di qualcosa da mangiare, si riuniscono al ceppo di quercia, chi sdraiato su un ramo, chi appollaiato su un sasso, chi comodo comodo ne approfitta per schiacciare un pisolino sul prato.

Sta per cominciare una favola che in pochi conoscono: i piccoli non possono ricordare una storia, perché non hanno ancora cominciato la vita; gli adulti non possono perché sono troppo presi da tutte le cose che deve fare uno scoiattolo per sopravvivere in questi tempi moderni così difficili e stressanti; gli anziani hanno paura di dimenticarla e per questo motivo sono gli unici a ricordarla.

“Tanti anni fa, in questo bosco sorgeva una grande casa chiamata “asilo”. Qui arrivavano saltellando o piangendo, e così ne uscivano, i piccoli degli umani.

Posso affermare con orgoglio di essere stata una degli scoiattoli più intrepidi: non molti possono dire di aver visto da vicino un cucciolo d’uomo; nessuno, al pari mio,  ne ha mai incontrato più di uno, a dire la verità, un’intera classe, una tribù al completo anche di capo maestra.

Ma non affrettiamo troppo la storia.

Ecco, non vi nasconderò che all’inizio possono sembrare esseri spaventosi: se ne incontrate uno, scappate di corsa!

Sono anche affascinanti però: hanno mani minute e occhi grandi, sembrano più intelligenti degli umani alti e spesso anche molto più veloci. Scattano in una direzione o nell’altra all’improvviso, come presi da un bisogno assillante di sgranocchiare una nocciola o due. E, soprattutto, vogliono essere nostri amici.

Tranquilli, tranquilli, state calmi: si può essere amici di un umano,” li rassicura l’anziana scoiattola con gli occhiali.

“ Si può, si può, ma è importante, nonchè essenziale alla sopravvivenza vostra e di tutti gli altri scoiattoli della tribù, accertarsi che l’umano in questione sia un “bambino”.

Un attimo, un attimo di attenzione, per favore, non agitatevi.

Potete riconoscere un bambino molto in fretta e senza troppe difficoltà: ha occhi grandi e spalancati, ha mani piccole che toccano ogni cosa e sta fermo solo mentre fa la pipì. Ci sono bambini maschi e bambine femmine, ma non fatevi ingannare: sembrano molto carini, ma possono essere letali. Osservateli sempre prima di avvicinarvi, assicuratevi che siano bambini bravi e ubbidienti.

Adesso la parte che potrebbe risultare spiacevole per qualcuno: cercheranno di sicuro, in gesto di amicizia, di accarezzarvi la pelliccia, ma voi non reagite e non mordeteli, cercate di resistere al solletico con tutte le vostre forze; attenzione, potrebbero anche cercare di abbracciarvi, in quel caso scappate perché le loro piccole braccia sono fortissime e stritolanti; infine, sappiate che gli umani hanno la disgustosa usanza di baciarsi, una specie di leccata di faccia con le labbra in segno di amore che i piccoli della specie producono in abbondanza e in modo molto salivoso.

Calmi, calmi, non agitatevi.

Una volta superato il primo difficile contatto, capirete che i bambini sono degli esseri assolutamente unici, come lo sono gli unicorni, come lo è l’arcobaleno e come lo sono le castagne appena uscite dal riccio.

Quando diventerete loro amici, non potrete più fare a meno delle loro carezze solleticose, dei loro abbracci stritolanti e dei bacetti sbavosi.

Io sono stata amica di molti bambini. Sì, di un’intera classe a dirla tutta, ma sono passati molti anni ormai. Era una tribù festosa che riempiva l’aria di parole e di risate. Come vi dicevo, i bambini sono esseri puri e preziosi e, a sorvegliarli, c’è sempre qualcuno di guardia.

Dove ora ci sono solo i ruderi dei mattoni, una volta sorgeva una bella casa piena di porte e finestre da cui usciva la magia dei colori e dei rumori. Per molti anni è stata piena di bambini, poi un giorno è stata abbandonata e, da quel giorno in poi, non ci sono stati più bambini. Il bosco è cresciuto e con esso il silenzio.  E per noi scoiattoli è finito il tempo delle carezze e degli abbracci e dei baci.

Vi voglio raccontare come è nato il cestino, ma prima vi devo spiegare un’altra cosa sui bambini. I bambini hanno sempre un nome. A volte anche un soprannome. Mi sembra di aver capito che hanno anche un cognome. Ecco, a volte i bambini bisogna chiamarli con il loro nome, a volte con il soprannome e altre volte con il cognome, a volte con tutti e tre insieme o con qualche combinazione dei tre. Io li ho sempre chiamati con il loro nome, perché mi piaceva questa storia di avere un nome, forse perché io non ne avevo ancora uno.

Cesare aveva intrecciato dei rametti per fare un bel cestino. Cristian aveva trovato un lungo nastro nero e con Gianluigi e Andrea e Lorenzo l’avevano appeso tra gli alberi. Gabriele aveva controllato che i nodi fossero ben stretti. Riccardo che fosse dritto. Chiara e Antonella avevano donato due elastici per capelli, Alessia una molletta viola. Giulia un fazzoletto ricamato da adagiare nel cestino. Andreas si era arrampicato sull’albero per attaccare il cestino al filo, e per poco non era caduto.

Si erano tutti riuniti per cercare di catturare un raggio di sole d’estate che passava tra le foglie degli alberi. Erano sicuri che sarebbe cascato proprio nel loro cestino, sembrava un piano infallibile.

Invece in quel cestino, ci sono finita io. Dopo una scivolata a zampe all’aria su un ramo più scivoloso del solito. Per fortuna ero atterrata sulla mia morbida coda, senza rompermi la testa, ma la zampetta destra mi faceva molto male.

Non sto qui a dirvi che paura, quando ho visto tutti gli occhi grandi spuntare intorno al cestino, o le mani piccole a solleticarmi dappertutto la pelliccia. Non sapevo ancora niente sui bambini, nemmeno che fossero esseri magici.

Ero terrorizzata e alla prima leccata, che poi ho scoperto chiamarsi bacio, mi aveva preso una paura blu che mi fece svenire di colpo. Quando ripresi i sensi era notte, ero rimasta sola e mi sentivo molto stanca e affaticata per la brutta caduta. Così mi addormentai.

Il mattino seguente sono stata svegliata da un po’ di pioggia. Nell’asciugarmi la faccia con le zampe, mi sono accorta che era una strana pioggia salata. Non sapevo ancora che fosse una delle magie di cui sono capaci i bambini: hanno una medicina al sale che gli esce dagli occhi come fosse acqua, che serve per curare sè stessi e gli altri quando si sentono tristi o addolorati per qualcosa.

Insomma, mi svegliai senza più male nella zampa, ma anche senza voglia di scappare. Avevo la pancia vuota però e una grande fame nella testa. I bambini, che sono esseri puri e generosi, mi insegnarono che la fame si combatte con le parole e mi raccontarono tante favole del loro mondo piene di maghi e streghe, folletti e nani, fate e spade, guerra e pace. Poi mi diedero anche qualche briciola della loro merenda, ma non ne avevo più tanto bisogno perché ero già sazia di parole.

Il giorno seguente mi spiegarono la faccenda dei nomi e si stupirono che io non ne avessi ancora uno. Non ci volle molto prima che qualcuno di loro proponesse di sceglierne uno anche per me e così quel giorno fui battezzata con i nomi delle loro maestre.

Io mi chiamo Annachiara e sono orgogliosa di essere stata la prima scoiattola di bosco al mondo ad avere un nome. Da quel giorno, sono stata felice e ho sempre cercato di portare avanti la magia dei bambini. Ogni anno, quando le ghiande sono finite e le nocciole scarseggiano, mi siedo tra gli alberi del bosco per raccontarvi le storie di quei bambini con nomi e soprannomi e cognomi, e baci e carezze e abbracci, e giochi e girotondi e canzoni, e cestini e disegni e burattini.

Niente riempie più l’aria di un bambino, niente profuma più il cuore di un bacio.

Tutto rallenta quando c'è il vuoto nella pancia. Quello è il tempo giusto per le favole, durano giusto il tempo per saziarsi di parole. Sono fatte per essere dimenticate, come chi le ha narrate.

Comincia sempre così questo racconto.

"Vi ricordate la "Storia del cestino nel bosco"?".

C'è una favola che è stata dimenticata.