Evasione
di Francesca Romana Bonzanin
Detenuto tenta la fuga durante visita in ospedale. Ha provato a evadere
scappando a piedi nudi e con le manette ai polsi. Il trentenne inseguito è
stato
poi bloccato dai vigili poco lontano dal San Matteo ( La Provincia
Pavese).
Cosa avrebbe raccontato alla sua famiglia, Tarek
Kamaleldin? Che scappare di prigione a piedi nudi non è una grande idea? Che i
ferri ai polsi fanno male? Che le mani di un ladro sono uguali a quelle di un
panettiere oppure che l’immondizia puzza?
« Chiudi quel libro, vieni a vedere. C’è Oleja che
gioca, perché non vai anche tu?» gli diceva il nonno, stupendosi che Tarek non
andasse d’accordo con nessuno.
« Alle donne non piace stare chiuse in casa, sono come
semi di papavero: riempiono di bellezza il mondo», diceva sempre, guardando la
foto della nonna. « Prima o poi ti vorrai sposare. Accadrà in un momento e
allora capirai le mie parole ».
Oleja era la nipote del fornaio di Sakia e aveva una
palla rossa. La faceva rimbalzare sul muro ingiallito di sole almeno mille
volte al giorno. Era un ritmo che Tarek non si stancava mai di sentire. Scandiva
le sue letture clandestine, con il libro sempre ben nascosto tra le pagine di
un vecchio giornale per non farsi scoprire. A casa sua non c’erano libri, a
parte il Corano, perché nessuno nella famiglia sapeva leggere o scrivere a
parte lui.
Il nonno di Oleja era uno dei pochi a saperlo fare al
villaggio e aveva una stanza piena di libri chiusa a chiave, da cui, di tanto
in tanto, ne faceva evadere uno di nascosto per il giovane lettore. Era l’unico
a conoscere quel segreto ed era anche il migliore amico del nonno di Tarek. Erano
cresciuti in quello stesso cortile e si chiamavano fratelli. Erano capaci di
litigare e non parlarsi per dei mesi per un’inezia o di non litigare mai per
una cosa davvero importante. Risolvevano ogni cosa con un lungo abbraccio,
qualche pacca sulle spalle e, negli ultimi tempi, anche con qualche lacrima
negli occhi.
Tarek si stupiva sempre di vedere un uomo piangere.
« È l’età che avanza,» gli sussurrava all’orecchio
Jaja.
Era la moglie del vecchio fornaio, più giovane di lui
di molti anni e madre di quattro figli. Era anche la nonna di Oleja. Nonostante
a quei tempi fosse la sua unica nipote, Jaja non sopportava il rumore continuo
della palla rimbombare in casa a tutte le ore del giorno.
« Tu vuoi farmi diventare matta! » si sentiva urlare
attraverso la finestra dietro cui Jaja passava le ore a cucire, mentre Oleja
tirava e ritirava la palla rossa sull’intonaco.
Un giorno Tarek era stato assunto come aiutante nel
forno dell’amico del nonno.
« Impegnati e fammi fare bella figura, Tarek. Se ti
chiedono dieci pani, tu fanne venti. Fai vedere quanto vale un Kamaleldin a
quel vecchio caprone. E non perderti dietro ai libri, che quelli non ti daranno
mai da mangiare, » si era raccomandato il nonno.
Di muscoli Tarek ne aveva ben pochi all’inizio. Era il
più gracile dei lavoranti, oltre che il più giovane, e faticava a sostenere la
pala di legno appesantita dall’impasto del pane. I primi giorni di lavoro
credeva di morire per la fatica. Non faceva altro che lavorare e dormire,
lavorare e dormire. Dopo qualche settimana cominciò a prenderci la mano, a
impastare con più velocità, a formare i pani meglio che poteva e a infornare e
sfornare per ore senza scottarsi nemmeno una volta.
Finiti gli impasti e le infornate della notte, quando
era già l’alba e gli altri lavoranti si prendevano il giusto riposo, Semir
scortava il giovane lavorante nella sua biblioteca chiusa a due mandate, dove
gli permetteva di leggergli qualche pagina. Aveva gli occhi deboli e non
riusciva più a farlo da solo. Se a Tarek già il nonno sembrava vecchio, Semir
appariva come un mistero rugoso: si chiedeva spesso se ad allungare magicamente
la vita del saggio amico fossero i libri di cui si circondava.
L’anziano vicino lo faceva sedere su una poltrona
damascata coperta da un telo affinché non la impolverasse di farina e accendeva
la lampada con il paralume scolorito, quella appoggiata al tavolino tondo. Poi
si accomodava sull’altra poltrona, sempre nella stessa posizione: testa
all’indietro e braccia a riposo sui braccioli.
Fargli leggere i testi tradotti in arabo era il suo
modo per presentare Tarek al mondo, così diceva Semir. Qualche versetto del
Corano apriva ogni incontro e poi capitoli interi dei romanzieri francesi e
inglesi dilatavano il tempo: quanto ne trascorsero con Jules Vernes e a
intervalli di Stendhal e Moliere, tra un Dickens e uno Stevenson, Tarek scoprì anche
la letteratura russa. Non avrebbe voluto leggere altro, ma a quel punto era
tanto cresciuto da essere diventato il primo lavorante del forno e il tempo
dopo il lavoro era sempre meno.
Finché i due vecchi amici, Semir e il nonno, morirono a
distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Il ragazzo non riuscì a mostrare per
nessuno dei due il dolore che provava.
Oleja invece pianse molto quando i suoi genitori
decisero di vendere il panificio e la casa dei nonni. Tarek non sapeva cosa
avrebbero fatto dei libri, gli sarebbe piaciuto averli. Era l’unico ad averli
letti oltre a Semir, ma non era suo diritto chiederli. Così come non gli
sarebbe stato permesso sposare Oleja, ma lo fece ugualmente con il monito del
nonno ben impresso nella mente:
« Alle donne non piace stare chiuse in casa, sono come
semi di papavero ».
Non aveva più un lavoro, aveva preso moglie e guardava
nella televisione i Paesi oltre il mare, dove la vita era lusso e comodità.
Otto ore di lavoro al giorno, dicevano. Un posto dove le donne non dovevano
stare in casa. A Oleja sarebbe piaciuto.
Appena arrivato in Italia ci aveva messo poco a trovare
un impiego a Milano, come poco tempo ci aveva messo a perderlo. Doveva mandare
i soldi a casa, in qualche modo.
Dietro al cassonetto delle immondizie Tarek si fissava
le mani a testa bassa. Le mani di un ladro sono uguali a quelle di chiunque
altro, pensava.
Sentiva i tamburi mazhar alla festa d’estate di Sakia,
invece erano le pulsazioni alterate del suo cuore. E i problemi alla carotide
non c’entravano niente. Con i polsi stretti dalle manette, la presenza di tanta
gente non lo rassicurava e neanche annusare il tanfo dei rifiuti dell’ospedale.
C’erano due vigili piazzati vicino all’uscita.
Chiaccheravano, davano indicazioni a qualcuno. Non si erano accorti di lui.
Bastava aspettare.
Era scappato dalla finestra dell’ambulatorio in cui lo
avevano lasciato in attesa dell’elettrocardiogramma. Pensavano che portargli
via le scarpe fosse sufficiente a non fargli tentare la fuga. Aveva percorso i
viali alberati e le aiuole fiorite tra i padiglioni gialli del San Matteo di
corsa, in cerca di un’uscita senza sorveglianza. Vicino al pronto soccorso, si
era accovacciato appena in tempo dietro alle lamiere zincate dei cassonetti dei
rifiuti, per sfuggire alla vista dei due agenti della penitenziaria che
arrivavano trafelati. Avrebbero passato dei guai, se non l’avessero trovato;
mai come Tarek, se l’avessero preso.
Non era stupido: evadere non era una buona idea in
nessun posto. A meno di non riuscire a scappare per davvero, avrebbe solo
aumentato la pena da scontare in carcere. E in una cella il cielo non è al suo
posto.
Non avrebbe avuto altre possibilità. Oltre alla sbarra
e al posteggio riusciva a vedere solo campi. Campi infestati di papaveri, rossi
come la palla di Oleja. Quante volte l’aveva raccolta nel cortile a Sakia, per
avere una scusa per sfiorarla.
Il difficile non era evadere. Era non sapere cosa sarebbe
successo dopo.
Lo stava ancora aspettando Oleja?