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EVASIONE (2016)

Evasione

di Francesca Romana Bonzanin

 

Detenuto tenta la fuga durante visita in ospedale. Ha provato a evadere

scappando a piedi nudi e con le manette ai polsi. Il trentenne inseguito è stato

poi bloccato dai vigili poco lontano dal San Matteo ( La Provincia Pavese).

 

Cosa avrebbe raccontato alla sua famiglia, Tarek Kamaleldin? Che scappare di prigione a piedi nudi non è una grande idea? Che i ferri ai polsi fanno male? Che le mani di un ladro sono uguali a quelle di un panettiere oppure che l’immondizia puzza?

« Chiudi quel libro, vieni a vedere. C’è Oleja che gioca, perché non vai anche tu?» gli diceva il nonno, stupendosi che Tarek non andasse d’accordo con nessuno.

« Alle donne non piace stare chiuse in casa, sono come semi di papavero: riempiono di bellezza il mondo», diceva sempre, guardando la foto della nonna. « Prima o poi ti vorrai sposare. Accadrà in un momento e allora capirai le mie parole ».

Oleja era la nipote del fornaio di Sakia e aveva una palla rossa. La faceva rimbalzare sul muro ingiallito di sole almeno mille volte al giorno. Era un ritmo che Tarek non si stancava mai di sentire. Scandiva le sue letture clandestine, con il libro sempre ben nascosto tra le pagine di un vecchio giornale per non farsi scoprire. A casa sua non c’erano libri, a parte il Corano, perché nessuno nella famiglia sapeva leggere o scrivere a parte lui.

Il nonno di Oleja era uno dei pochi a saperlo fare al villaggio e aveva una stanza piena di libri chiusa a chiave, da cui, di tanto in tanto, ne faceva evadere uno di nascosto per il giovane lettore. Era l’unico a conoscere quel segreto ed era anche il migliore amico del nonno di Tarek. Erano cresciuti in quello stesso cortile e si chiamavano fratelli. Erano capaci di litigare e non parlarsi per dei mesi per un’inezia o di non litigare mai per una cosa davvero importante. Risolvevano ogni cosa con un lungo abbraccio, qualche pacca sulle spalle e, negli ultimi tempi, anche con qualche lacrima negli occhi.

Tarek si stupiva sempre di vedere un uomo piangere.

« È l’età che avanza,» gli sussurrava all’orecchio Jaja.

Era la moglie del vecchio fornaio, più giovane di lui di molti anni e madre di quattro figli. Era anche la nonna di Oleja. Nonostante a quei tempi fosse la sua unica nipote, Jaja non sopportava il rumore continuo della palla rimbombare in casa a tutte le ore del giorno.

« Tu vuoi farmi diventare matta! » si sentiva urlare attraverso la finestra dietro cui Jaja passava le ore a cucire, mentre Oleja tirava e ritirava la palla rossa sull’intonaco.

Un giorno Tarek era stato assunto come aiutante nel forno dell’amico del nonno.

« Impegnati e fammi fare bella figura, Tarek. Se ti chiedono dieci pani, tu fanne venti. Fai vedere quanto vale un Kamaleldin a quel vecchio caprone. E non perderti dietro ai libri, che quelli non ti daranno mai da mangiare, » si era raccomandato il nonno.

Di muscoli Tarek ne aveva ben pochi all’inizio. Era il più gracile dei lavoranti, oltre che il più giovane, e faticava a sostenere la pala di legno appesantita dall’impasto del pane. I primi giorni di lavoro credeva di morire per la fatica. Non faceva altro che lavorare e dormire, lavorare e dormire. Dopo qualche settimana cominciò a prenderci la mano, a impastare con più velocità, a formare i pani meglio che poteva e a infornare e sfornare per ore senza scottarsi nemmeno una volta.

Finiti gli impasti e le infornate della notte, quando era già l’alba e gli altri lavoranti si prendevano il giusto riposo, Semir scortava il giovane lavorante nella sua biblioteca chiusa a due mandate, dove gli permetteva di leggergli qualche pagina. Aveva gli occhi deboli e non riusciva più a farlo da solo. Se a Tarek già il nonno sembrava vecchio, Semir appariva come un mistero rugoso: si chiedeva spesso se ad allungare magicamente la vita del saggio amico fossero i libri di cui si circondava.

L’anziano vicino lo faceva sedere su una poltrona damascata coperta da un telo affinché non la impolverasse di farina e accendeva la lampada con il paralume scolorito, quella appoggiata al tavolino tondo. Poi si accomodava sull’altra poltrona, sempre nella stessa posizione: testa all’indietro e braccia a riposo sui braccioli.

Fargli leggere i testi tradotti in arabo era il suo modo per presentare Tarek al mondo, così diceva Semir. Qualche versetto del Corano apriva ogni incontro e poi capitoli interi dei romanzieri francesi e inglesi dilatavano il tempo: quanto ne trascorsero con Jules Vernes e a intervalli di Stendhal e Moliere, tra un Dickens e uno Stevenson, Tarek scoprì anche la letteratura russa. Non avrebbe voluto leggere altro, ma a quel punto era tanto cresciuto da essere diventato il primo lavorante del forno e il tempo dopo il lavoro era sempre meno.

Finché i due vecchi amici, Semir e il nonno, morirono a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Il ragazzo non riuscì a mostrare per nessuno dei due il dolore che provava.

Oleja invece pianse molto quando i suoi genitori decisero di vendere il panificio e la casa dei nonni. Tarek non sapeva cosa avrebbero fatto dei libri, gli sarebbe piaciuto averli. Era l’unico ad averli letti oltre a Semir, ma non era suo diritto chiederli. Così come non gli sarebbe stato permesso sposare Oleja, ma lo fece ugualmente con il monito del nonno ben impresso nella mente:

« Alle donne non piace stare chiuse in casa, sono come semi di papavero ».

Non aveva più un lavoro, aveva preso moglie e guardava nella televisione i Paesi oltre il mare, dove la vita era lusso e comodità. Otto ore di lavoro al giorno, dicevano. Un posto dove le donne non dovevano stare in casa. A Oleja sarebbe piaciuto.

Appena arrivato in Italia ci aveva messo poco a trovare un impiego a Milano, come poco tempo ci aveva messo a perderlo. Doveva mandare i soldi a casa, in qualche modo.

Dietro al cassonetto delle immondizie Tarek si fissava le mani a testa bassa. Le mani di un ladro sono uguali a quelle di chiunque altro, pensava.

Sentiva i tamburi mazhar alla festa d’estate di Sakia, invece erano le pulsazioni alterate del suo cuore. E i problemi alla carotide non c’entravano niente. Con i polsi stretti dalle manette, la presenza di tanta gente non lo rassicurava e neanche annusare il tanfo dei rifiuti dell’ospedale.

C’erano due vigili piazzati vicino all’uscita. Chiaccheravano, davano indicazioni a qualcuno. Non si erano accorti di lui. Bastava aspettare.

Era scappato dalla finestra dell’ambulatorio in cui lo avevano lasciato in attesa dell’elettrocardiogramma. Pensavano che portargli via le scarpe fosse sufficiente a non fargli tentare la fuga. Aveva percorso i viali alberati e le aiuole fiorite tra i padiglioni gialli del San Matteo di corsa, in cerca di un’uscita senza sorveglianza. Vicino al pronto soccorso, si era accovacciato appena in tempo dietro alle lamiere zincate dei cassonetti dei rifiuti, per sfuggire alla vista dei due agenti della penitenziaria che arrivavano trafelati. Avrebbero passato dei guai, se non l’avessero trovato; mai come Tarek, se l’avessero preso.

Non era stupido: evadere non era una buona idea in nessun posto. A meno di non riuscire a scappare per davvero, avrebbe solo aumentato la pena da scontare in carcere. E in una cella il cielo non è al suo posto.

Non avrebbe avuto altre possibilità. Oltre alla sbarra e al posteggio riusciva a vedere solo campi. Campi infestati di papaveri, rossi come la palla di Oleja. Quante volte l’aveva raccolta nel cortile a Sakia, per avere una scusa per sfiorarla.

Il difficile non era evadere. Era non sapere cosa sarebbe successo dopo.

Lo stava ancora aspettando Oleja?